mercoledì 25 marzo 2015

Nel bosco, una sorpresa

«Vieni, c'è una strada nel bosco, laggiù tra gli alberi, c'è un nido semplice come sogna il tuo cuor...»: così cita la famosissima canzone di Claudio Villa, così succede nella realtà. A segnalarlo, alcuni amanti della natura che, durante una passeggiata sopra Sanguineto, frazione del comune di Chiavari, hanno scovato una particolarissima baita, aperta a tutti. Chiavi fuori appese, e un cartello che riporta la scritta «Questa baita, pur nascendo da iniziativa privata, è a disposizione di chi come voi ama vivere nella natura, rispettando le sue regole. Abbiatene cura, grazie». Firmato, Marcello. Dentro, uno spazio intimo ed accogliente, una grappa al corbezzolo, diversi fogli di passanti che lasciano commenti positivi e disegni (anche biglietti da visita e numeri di telefono), uno stuoino, alcuni attrezzi. 

Un vero e proprio tam 
tam, che da un anno a questa parte, fa accorrere continuamente persone: «Mi sembrava un bel segno di fiducia verso gli altri - racconta Marcello Sanguineti, 48 anni, che sul terreno di famiglia ha eretto questa piccolissima casetta, uscita quasi da una favola -. Inizialmente era nata per condividerla con amici e parenti, poi mi son detto “Perchè no”. Perchè non aprire questo posto agli altri, renderlo accessibile a tutti, un pò come succede su internet, dove gli altri mettono a disposizione le proprie cose. Dall’estate 2010  sono arrivati tante persone, sconosciute». 

Un gesto semplice ma non così scontato, in tempi in cui si ha timore dell’altro: potrebbe essere un’idea per gestire il territorio, in maniera serena e responsabile. «Qui vengono amanti della natura, ma anche cacciatori o semplici passanti. Nessun episodio spiacevole, nessun furto: qui tutti si sentono responsabili, hanno a disposizione un bene e ne possono usufruire per il tempo che vogliono. Ho investito soldi e fatica in questo progetto, ma sentire l’affetto di queste persone che non conosco mi dà fiducia nel credere negli altri». 

Provare per credere: per trovarla, basta seguire il sentiero per l’Anchetta. Buona caccia!

Claudia Sanguineti

martedì 17 marzo 2015

Quando un tappo... non è solo un tappo

Dal mensile Genova Zena, dicembre 2009

Un’idea creativa realizzata dal proprietario di un locale storico di Chiavari, nel quartiere di Rupinaro, per recuperare i tappi avanzati

Capodanno, si stappano le bottiglie. E i tappi? Altro che volo in aria e poi cassonetto della “rumenta”, c’è chi li recupera e li fa rivivere. Un’idea bizzarra è venuta ad un chiavarese, nel quartiere di Rupinaro. Passando infatti davanti allo storico bar “Dal Toscano”, aperto in città dal 1935, si può incontrare una vetrina di tappi “viventi”: tappi corsari, odalische, africani. Diversi tappi-cliente, figure tipiche del posto. Ancora, un tappo-cuoco che ha come cappello una capsula, quelle utilizzate per fasciare i tappi. 


Il signor Ruggero ha dato libero sfogo alla fantasia, costituendo un vero e proprio villaggio di tappi. E c’è anche qualcuno, nello specifico due turisti inglesi, che colpito da tanta bizzarria, ha barattato due tappi per una fila di salame. 

Durante le elezioni comunali passate, l’oste-creativo ha anche creato dei volantini con i “tappi” da votare: “Vota tap e sarai al top”. Nel manifesto richieste più piste tappabili, più tappe ri-ciclabili: “Non affondiamo mai, qualsiasi cosa succeda, rimaniamo sempre a galla: tra tante liste, una di veri tappi”. Senza dubbio il piccolo angolo creativo, a pochi metri dal luogo dove si consuma a Capodanno la tradizionale “Zabaionata”, non passa inosservato.

Claudia Sanguineti














giovedì 5 marzo 2015

La casa (nascosta) delle meraviglie

Dal mensile Corfole, anno 2010: una storia alla quale sono affezionata e per la quale l'artista in questione mi ringrazia sempre. Ma io non ho fatto altro che scoprire una cosa... che avevo sotto gli occhi!


“Era una notte buia e tempestosa, la pioggia scendeva incessante, e i lampi scandivano il tempo. D’un tratto, un fulmine fece scattare la luce in tutta la casa. Qualche porta aperta, qualche passo rapido e fuggitivo nel pianerottolo, ed ecco che tutte le scale si animarono di ombre inquietanti…”: potrebbe iniziare  così il racconto della nascita del condominio più artistico di tutta Chiavari, nella centralissima via Rivarola, a pochi passi dalla scuola media Della Torre. Un vero esempio d’arte ma non solo: oltre ad essere una galleria domestica, la “casa delle meraviglie” è un raro esempio di armonia tra il vicinato. Ha trovato tutti gli inquilini d’accordo, trasformando semplici e banali mura domestiche in qualcosa di più. 

L'ingresso della casa

L’idea è balzata nel 2007 ad un artista chiavarese, abitante della “casa delle meraviglie”: ispiratore del progetto, appunto, un temporale con i fiocchi: “Era partita la luce in tutto il condominio –racconta Maurizio Vaccarezza, detto “Bibi”, pittore e decoratore- E tra noi inquilini si chiaccherava  sulle scale, come al solito: qualcuno aveva acceso una torcia, qualcun altro un fiammifero, intenti a riportare l’equilibrio. Ma io ero concentrato su altro, le incantevoli ombre dei miei vicini proiettate sui muri. D’impulso ho preso un carboncino e ne ho ricalcato la sagoma: una, due, tre, in pochi mesi ho ricalcato tutto il vicinato”. Fosse finita qui: settimane dopo settimane, si è cominciato ad installare particolari creazioni artistiche su tutti i piani: “quadri” fatti con materiali di recupero, foto di libellule, rebus particolari da indovinare. Tra i condomini, c’è chi si è ritrovato lune appese sopra la porta,  chi navicelle spaziali, chi ancora vecchie cassette di frutta. Persino una mano che fa i gestacci, o una dentiera con grandi occhi neri, ricavate da palline da ping pong. E i numeri di ogni appartamento? Una scritta, “e 1”, “e 2…”, che esorta ad arrivare sino in cima, all’ultimo piano. 

L'ascensore finto


Ancora, è arrivata l’idea geniale di un ascensore finto, per coprire i contatori dell’elettricità: “Gli aneddoti dietro questo ascensore si moltiplicano –ricorda l’artista- in questo condominio ci sono anche attività, un commercialista e un estetista; diversi clienti, spazientiti, si sono lamentati perché l’ascensore (con tanto di tasto “presente” o “assente”) non arrivava mai: per forza, è finto! Persino un tecnico ha progettato un preventivo per rifare l’ascensore senza accorgersi che in pratica… non c’era!” La creatività nel condominio è di casa; all’inizio un cartello vicino all’ “ascensore” avvisa l’incauto visitatore: chi viene qui, trova davanti “Arte stordita”. Il tutto è particolarmente bizzarro e curioso, da far venire l’acquolina in bocca agli amanti dell’arte contemporanea. E non sarà un caso, allora, se sono arrivati interessamenti da Londra, Barcellona, Parigi: lì l’arte è vista e valorizzata con occhi diversi. Se son bizzarre le scale, non parliamo del portone: fuori classico, signorile, che non dà nell’occhio;  dentro, compare l’altro lato, quello più ludico: un enorme orologio in bianco e nero, con tanto di lancette disegnate.

Le ombre degli inquilini hanno preso vita tra le scale


 “Il sogno sarebbe poter trasformare questa casa in una galleria d’arte, dove tutti possono esporre qualcosa e parlare di arte e dove chi ama la musica può suonare nelle scale: un posto dove la creatività si mescola alle parole, allo scambio, alla voglia di sbizzarrirsi insieme” confessa Bibi, che ha già in mente nuove creazioni da inserire nella casa, in particolare nell’ingresso. Possibile che in mezzo a tanta stravaganza nessun vicino si sia lamentato? Sembra quasi un miracolo, in un territorio così mugugnone come il nostro. “Sì, qualcuno ha un po’ mugugnato per la sua ombre: alcuni si vedevano troppo grassi, e gli ho tolto un po’ di pancia, ad altri non piaceva il naso, altro ritocchino: queste ombre ogni tanto sono un pò birichine” scherza l’artista. Fuori piove, la pioggia scende fitta. In lontananza, un tuono. Chissà che a Bibi non venga un'altra idea geniale: per ora, usciamo dalla porta magica e poi, si vedrà. 

Claudia Sanguineti

martedì 3 marzo 2015

Turner, il pittore della luce


Seconda parentesi artistica :)
Storie alla luce non poteva di certo dimenticare un post dedicato al "pittore della luce": così veniva e viene chiamato l'artista Joseph Mallord William Turner (Londra, 23 aprile 1775 – Chelsea, 19 dicembre 1851). 
Nel weekend mi è capitato di vedere al cinema il film sulla sua vita (è concentrato soprattutto sugli ultimi 25 anni), "Turner", regia di Mike Leigh, fotografia (fantastica e affascinante) di Dick Pope, candidato agli Oscar 2015; al Festival di Cannes ha trionfato per la miglior interpretazione maschile (l'attore è Timothy Spall).

Pioggia, vapore e velocità è un dipinto a olio su tela realizzato nel 1844 dal pittore inglese William Turner. È conservato nella National Gallery di Londra.


Londra ospita diverse sue opere, e fino a poco fa alla Tate Britain c'era una mostra personale a lui dedicata. Che dire, i suoi quadri parlano da soli. C'è tanta luce e tanto colore nei suoi dipinti: come per tanti altri, i suoi contemporanei non l'hanno valorizzato come meritava (anzi, lo schernivano), e il vero successo è arrivato dopo. Se vi capita, guardate il film:  a parte i "grunch" dell'artista, che appunto perchè artista è un "personaggino", con tutte le manie e schizzi vari, merita per la fotografia. A me è sembrato di fare un vero e proprio viaggio indietro nel tempo. 

E quando tornerò a Londra senza dubbio alla National Gallery lo osserverò con occhi diversi: curiosare un pò nelle vite dei "grandi nomi" (tra gli altri che ho visto, altro bellissimo film è "La ragazza con l'orecchino di perla"), ti offre un ulteriore punto di vista e uno sguardo in più, che non basta mai.


The Burning of the Houses of Parliament
(1835)




domenica 1 marzo 2015

Carnevale, il curioso gemellaggio tra Chiavari e Viareggio

C'è poco da fare: il Carnevale di Viareggio fa parte di me. Me l'hanno fatto amare il mio babbo (tanto per parlare un pò toscano) e la mi mamma quand'ero piccina. E da anni, quando posso, un salto a vedere la sfilata lo faccio sempre. Amo quel mondo di cartapesta, quei giganti buoni che sfilano tra coriandoli e stelle filanti, danzando nell'aria. Amo tutto ciò che sta dietro ad una creazione, alla tradizione che i toscani con grande orgoglio e bravura portano avanti, tenendo alto il nome della loro terra in Italia e nel mondo. Amo quest'arte nata da ore di lavoro e fatica, studio e creatività, tradizioni che si tramandano, spirito gioviale che scende in piazza. E ogni anno mi sento orgogliosa di loro, di questi toscani così spiccioli e allegri che puntualmente mi fanno voglia di emigrare dalla mia (amata, ma a volte piatta) Liguria.


Bene, dopo questo piccolo (ma doveroso) preambolo, forse capirete la mia gioia inattesa quando qualche anno fa ho scoperto che un pezzo del Carnevale di Viareggio era finito  - per un certo periodo - a Chiavari. 
Cos'hanno in comune Chiavari e Viareggio? Il Carnevale, appunto. Ne ho avuto modo di parlare anche l'anno scorso (2014) sul settimanale Il Nuovo Levante. Forse non tutti sanno che durante l'amministrazione guidata da Raffaele Ferretti (sindaco dal 1956 al 1960) il Carnevale era modello "Viareggio", con tanto di carri di cartapesta, ingresso a pagamento e coreografie. Spinta da una curiosità verace, ho esortato la Fondazione Carnevale in Toscana a ricercare i carristi che potevano aver partecipato alla festa chiavarese. 


E' stato lo scultore Franco Casoni ad aiutarmi a ripercorrere un evento di cui pochi oggi hanno memoria. Intanto, i carri si andavano a prendere direttamente a Viareggio. «A Chiavari il Carnevale era organizzato la prima domenica di Quaresima, in concomitanza con il rito ambrosiano, quindi le due feste non erano in concomitanza - mi ha raccontato Casoni -. Il lunedì la Società Sportiva Aurora si recava in Toscana, prendeva alcuni pezzi di carri (venduti tra l'altro a un ottimo prezzo) e li portava in un grosso capannone di giocattoli" in via Trieste, "Ginocchio, dove venivano ritoccati e abbelliti da artisti come Luiso Sturla». La domenica quindi la sfilata in corso Garibaldi e piazza Matteotti. I cancelli venivano chiusi a mezzogiorno: «Tra gli aneddoti c'è quello relativo ad alcuni chiavaresi che piuttosto di pagare, si intrufolavano in qualche casa e si nascondevano sulle scale, ad esempio sopra la cartoleria Chiappari». 

Un Carnevale fastoso, nato anche grazie alla Società Aurora guidata dal presidente Antonio Pandolfi (che portò tanti sodalizi in città, primo tra tutti il consolato del Perù di Chiavari tra i più importanti del dopoguerra) e specializzata in pugilato (responsabili Tito "Palazzina" Copello e Arnaldo Casoni (calzolaio, papà di Franco), ciclismo (con Agostino "Gustin" Bergaglio) e atletica. A promuovere il carnevale "alla viareggina" fu anche Ettore Lanzarotto, presidente dell'Azienda Autonoma di Soggiorno inventore di un sacco di iniziative poi esportate come l'Ulivo d'Oro, la Barcarolata a Chiavari (1953, poi copiata a Sestri Levante), la mostra delle orchidee (da cui prese ispirazione Euroflora). La Pentolaccia in piazza Matteotti era una tradizione, e in questo un grande contributo lo diede l'artigiano Edilio Tinelli, un laboratorio a Rupinaro. Senza dimenticare per i cartelloni l'illustratore Mario Puppo. «Allora la colombina incendiaria che dava fuoco alla Pentolaccia partiva da Palazzo Rocca, che era ancora un edificio di proprietà privata - ricorda Casoni -. Figuriamoci oggi una cosa del genere, con tutti i vincoli della Sovrintendenza». Già, oggi: il Carnevale alla viareggina durò pochi anni («Pioveva spesso e i soldi non erano mai abbastanza»), lasciando ai pochi testimoni di oggi una sfilata di altri tempi. Utopia riproporre un gemellaggio del genere? Oggi il Carnevale chiavarese ha un altro stampo, ma continua a vivere:  la festa nel quartiere di Ri e la Bambineide con la Pentolaccia, tra le ultime tradizioni rimaste di una festa ormai dimenticata. 


E un testimone e protagonista del Carnevale di un tempo che ho avuto modo di intervistare sempre per Il Nuovo Levante è stato Luiso Sturla, artista chiavarese apprezzato del nostro territorio e conosciuto in tutto il mondo, è una delle rare preziose che possono raccontare una storia che oggi poco conoscono. 
Dopo l'articolo del Carnevale «alla viareggina» degli anni 50 apparso fa sul settimanale, l'artista ha aggiunto nuovi tasselli a una festa persa. Intanto, grazie ad una delle foto postate dagli utenti del gruppo Facebook «Quelli che a Chiavari...», Sturla ha riconosciuto uno dei suoi carri, «E' sbarcato un marinaio». 
«Lo realizzai interamente io - racconta Luiso - dopo aver imparato dai maestri di Viareggio: Domenici, Dalriano, Lerici, Francesconi e Lamannati i carristi viareggini più grandi con cui sono venuto a contato. Sono stato io, incaricato dall'Azienda Autonoma di Soggiorno, ad andare in Toscana e portare i carri in città. I primi anni prendevamo parte del materiale e lo portavamo a Chiavari, assemblandolo con altre parti nei capannoni. Poi, dopo aver importato l'arte viareggina, alcuni carri li ho costruiti interamente io». Tra i carri più famosi, "Il Grande Pierrot (la testa arrivava dal Carnevale di Viareggio), "E' arrivata la Marianna del Paese" e "Follie del progresso", ispirato allo spazio. E proprio da quest'ultimo nasce un episodio curioso: «Ricordo che era abbellito con dei marziani, una signora aprendo la finestra della casa se l'era trovato davanti e si era spaventata tantissimo, pensando a uno sbarco degli ufo». 



Ma il Carnevale di un tempo non è stato l'unico, grande evento: Sturla ricorda anche la suggestiva Barcarolata notturna sul fiume Entella, «sembrava di essere sulla Senna, la sfilata richiamava migliaia di persone. Per portare più acqua c'era la collaborazione della diga di Giacopiane. Indimenticabile "La grande conchiglia" con cavalli marini e una quindicina di ragazze. Aveva partecipato come ballerina di musica classica anche Susanna Egri, figlia del massaggiatore del Torino morto nell'incidente di Superga». E ancora, il corso fiorito in corso Millo. Eventi di un tempo, di cui Sturla è stato testimone, anche se la sua vita artistica l'ha portato in giro per il mondo. 
Claudia Sanguineti



sabato 28 febbraio 2015

La giungla di Henry Rosseau


Parentesi artistica: tra gli artisti che più amo c'è Henri Rosseau (Laval 1844 - Parigi 1910): i suoi colori, la giungla incantata che spesso rappresenta sono una gioia per gli occhi. Un artista noto ma secondo me neanche troppo valorizzato come altri suoi contemporanei. Dal 6 marzo al 5 luglio 2015 al Palazzo Ducale (di Venezia), nell'Appartamento del Doge, una mostra a lui dedicata. Io ho avuto modo di vederlo dal 'vivo' al Museo d'Orsay a Parigi:  non finisce mai di emozionarmi. NELLE FOTO: Donna con un ombrello nella foresta; Tigre nella giungla tropicale. 


venerdì 27 febbraio 2015

Il Castello di Sammezzano apre le sue porte: guardate qui!

Oggi vi voglio raccontare di un posto speciale, un posto magico. Questo il mio articolo uscito su Luoghi Misteriosi.it.



Il castello dal colore delle sabbia del deserto
“Questa non e’ la solita Toscana: ci sarà sempre qualcuno che osserverà un Leonardo o un Michelangelo, e se ne prenderà cura. Sammezzano è un luogo meno conosciuto, ma non meno prezioso. La sua memoria vive grazie ai passaparola e alla testimonianza delle persone che l’hanno potuto osservare e conoscere. Un posto non solo ricco di bellezza, ma che ha tante cose da raccontare e da scoprire”.
Benvenuti nel castello di Sammezzano: siamo a Leccio, Comune di Reggello,  una ventina di minuti da Firenze. In alto ad una collina, erge un edificio dal colore della sabbia del deserto, oggi in stato d’abbandono. Aperto pochi giorni all’anno grazie ad un comitato che non vuole farlo cadere nell’oblio e organizza visite guidate, è un luogo magico: per arrivarci occorre attraversare un bosco di sequoie giganti. Poi, un filare di grandi cedri che scompaiono all’improvviso. In cima alla collina, eccolo, il castello appare uscito da una fiaba. Ma la cosa più sorprendente è cosa racchiude dentro: stanze ispirate all’Oriente dai mille colori e stili, che lasciano a bocca aperta il visitatore fortunato che riesce a scoprirlo.


Il suo ideatore: una “testa calda” e controcorrente
Abbiamo avuto la fortuna di poter entrare dentro al castello di Sammezzano quest’estate, e ve ne vogliamo dare un piccolo assaggio. L’ingresso non fa invidia a un film di Indiana Jones: le colonne richiamano terre lontane, templi orientali e deserti infiniti. Varcata la soglia, saliamo le scale elicoidali e appena varcata la porta d’ingresso, i colori e le forme prendono il sopravvento. La luce filtra tra i vetri colorati, in un luogo che dietro la bellezza nasconde segreti, drammi e solitudine.
Già, solitudine. Chi lo ha progettato, Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, era una “testa calda” nell’ambiente fiorentino. Era uno controcorrente e pur non essendo stato in Oriente, ne era estremamente affascinato: influenzato dalla corrente culturale dell’ “orientalismo” che si era diffusa in tutta Europa dall’inizio dell’800, trasforma radicalmente l’edificio esistente tra il 1843 e il 1889, cambiando e aggiungendo stanze. Capitelli colorati, specchi, nascondigli.  Le sale, ispirate a culture lontane, si svelano una dopo l’altra tra una porta e un corridoio, lasciando a bocca aperta per fantasia, maestosità e stile. Per anni si è narrata la leggenda che le stanze fossero 350, come i giorni dell’anno, ma non così non è: sono comunque tantissime, una diversa dall’altra e dai nomi fantasiosi (solo per citarne qualcuna, la coloratissima Sala dei Pavoni, la Sala Bianca ispirata a Granada, la Sala dei Gigli o quella delle Stelle, la Galleria delle Stalattiti), e quello che ti appare davanti è qualcosa di unico nel suo genere, sfidiamo a trovare un “clone” in Italia. La parte più curiosa è scoprire le scritte più o meno nascoste (sono talmente giganti ed evidenti che spesso non si notano) che appaiono all’improvviso in diversi punti: perché il suo ideatore aveva tanti pensieri in testa, e voleva comunicarli al visitatore (attento) che entrava lì dentro.



Per capire questo luogo non bastano gli occhi
“Solo chi avrà occhi, orecchie, cuore e naturalmente testa e cultura potrà capire il valore, anzi il vero tesoro che si trova a Sammezzano” spiega Massimo Sottani, presidente del Comitato FPXA nato in occasione del bicentenario dalla nascita di Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona (10 marzo 1813-2013). Il gruppo studia la figura del marchese, scoprendo ogni giorno particolari inediti e interessanti: un peccato nascondere nell’oblio un luogo ricco di storia. “E’ il sogno di uomo che ha impiegato oltre 40 anni per realizzare questa sua unica, grande opera: è il suo modo di vedere il mondo. Il castello rappresenta la ricchezza culturale e spirituale di un uomo, il suo anelito verso il bello. Allo stesso tempo una persona che ha visto e denunciato i mali del suo tempo con forza e con una rabbia che però sembra acquietarsi nella fede in un’unità che comprende tutti gli uomini, indipendentemente dalla propria religione: tra le mille bellezze d’Oriente c’è il suo pensiero sulla politica che ruotava attorno a Firenze e sull’Italia che gli italiani, che sembrano uguali a quelli di 200 anni fa. La bellezza di questo castello da sola sarebbe stata solo la parte più appariscente e superficiale: è la profondità e l’attualità del messaggio che, unite alla bellezza, rendono tutto incredibilmente sorprendente. C’è molto dolore e solitudine a Sammezzano, almeno quanta ce n’è stata nella lunga vita di Ferdinando, ma anche la  grandezza di una persona che ha saputo guardare lontano”.



Provate a scoprirlo anche voi!
Un castello non solo da vedere, quindi, ma anche da ascoltare, odorare e toccare: “Oggi è vuoto – ricorda il Comitato - ma in questo vuoto rimbomba fortissima per chi la sa ascoltare la voce di Ferdinando”. All’inizio degli anni 70 del secolo scorso il castello è stato trasformato in albergo ristorante: l’attività è continuata fino a circa il 1990, da allora il castello è chiuso. Dopo alterne vicende, alla fine del decennio la proprietà è passata ad una società italo-inglese che si è proposta di realizzare un complesso piano di interventi per la valorizzazione come struttura turistico ricettiva. Al momento però l’edificio giace nell’abbandono totale, e per fortuna il Comitato, nato senza scopo di lucro, lo apre alcune, rare volte all’anno organizzando aperture con visita guidata, cui è necessario prenotarsi attraverso il sito www.sammezzano.org o la pagina Facebook “Sammezzano-comitato FPXA”.

Claudia Sanguineti

Fonti: “Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, Sammezzano e il Sogno d’Oriente”, a cura di Emanuele Masiello ed Ethel Santacroce (ed. Sillabe).